Il bel tempo dei ‘nolezini’ (parte prima)

Che cosa c’era prima delle automobili? Semplice, si potrebbe rispondere, le carrozze!

Di carri e carrozze esistevano davvero tanti tipi: dal lussuoso calesse, all’agile spider, fino alla ‘giardiniera’, che poteva trasportare anche fino a 25 persone… o 35 bambini. In realtà, però, intorno a questo mezzo di trasporto ruotava un intero mondo di professioni, problematiche, regolamenti, usi e costumi: ne lascia intravedere la complessità Francesco Balladore, in due articoli sulla Rovigo di fine Ottocento, pubblicati sul giornale Gazzetta Padana. Il primo dei due apparve il 15 febbraio 1956, e, qui sotto, se ne propone la trascrizione (ASRo, Balladore Francesco, b. 4, fasc. 18, articolo n. 12).

 

60 e più anni fa

Il bel tempo dei “nolezini”

 

S’ha da sapere, che qui da noi, oltre sessant’anni fa, le famiglie benestanti, al posto delle auto e delle motorelle, tenevano cavalli e carrozze. I ricchi in gara fra loro, per chi aveva il migliore attacco, possedevano costose pariglie; le «mezze valade» un solo cavallo ed un birroccio, i meno abbienti un asino e carrettino. Per andare a Padova ed a Ferrara la gente montava «in vapore» e per i viaggi più brevi, chi non aveva rotabili propri, si valeva del «nolezin».

Le stalle per quadrupedi, entro la città, erano molte, ed i chioggiotti venivano continuamente a Rovigo, con le loro povere barche, solcando il deviato Adigetto, a portar via letame, prezioso concime per la coltura dei famosi ortaggi di Sottomarina.

La nostra Rovigo, in fatto di noleggiatori di carrozze, godeva di un invariabile primato: Anzolin del Vesco, De Bei e Croste (Martinelli) disponevano di cavalli di pregio ed un vasto assortimento di lucenti e ben molleggiate vetture; per ogni esigenza e per tutte le corse.

In occasione di notevoli avvenimenti, si vedevano sfilare sui ciottoli delle nostre contrade decine e decine di landò e ricche carrozze padronali o da noleggio, con su in serpa in guanti bianchi, impettiti cocchieri di professione od occasionali, con tanto di tuba, valada e calzoni corti, calze nere e stivaletti ornati di fibbie dorate con attacchi di cavalli di valore o purisangue.

La meta, quando si trattava di qualche ricevimento notevole, era il palazzo del Governo o il Municipio.

Nel caso di un matrimonio, che a quei tempi si celebrava prima civilmente e subito dopo (ma non sempre) in chiesa, la fermata era, in bella fila, nello spazio prospiciente fra lo scalone del Comune e la Torre dell’Orologio in Piazza Vittorio Emanuele. Per i battesimi e le cresime di figlioli di gente ricca o che quanto meno volevano parer tali, le carrozze partendo dalla casa avita, si mettevano in bella mostra, per tutto il tempo delle sacre funzioni, nel piazzaletto del Duomo o lungo la strada del Cristo (IV Novembre) per poi riprendere la corsa passando dallo stradone (XX Settembre) o dalle due piazze e far quindi ritorno a casa. Non mancavano i ragazzi a correr dietro ad esse certi d’avere dolci e confetti che in tale lieto avvenimento, tutti amavano distribuire con larghezza.

In alcuni di questi casi, non mancava la nota allegra: un certo Perli, un mattacchione immancabile maschera al tempo di carnevale, fu visto in occasione del battesimo di un suo figlioccio, precedere a cavallo tre carrozze, con in campo una maglietta nuova fiammante ed in mano un imbuto di cartone che ogni tanto portava alla bocca a mo’ di megafono per annunciare il lieto evento e gridar evviva.

Abbiamo citato poc’anzi due nomignoli: Anzolin del Vesco e Crosta. Il primo era così denominato perché era anche vetturino di mons. Vescovo, ed il secondo per il fatto che l’antico padrone della rimessa, usava ripetere, quando un suo fiaccheraio si lagnava della bizzarria del cavallo affidatogli: «Daghe delle croste, daghe delle croste» (domalo cioè con la frusta, con le «botte»), tanto che a forza di dirlo lo denominarono «Croste».

Oltre a cotesti due, parecchi altri «vetturali» in proprio sbrigavano il servizio di trasporto passeggeri in città, sostando in almeno uno a turno, in piazza Vittorio Emanuele o davanti alla stazione ferroviaria. Una corsa alla stazione, in città, al domicilio del richiedente o dalla casa di questi alla ferrovia, costava di giorno una lira, con un carico di quattro persone. Dalla accensione dei fanali a gas a mezzanotte lire 1,50. Per ogni grosso baule centesimi 20 in più. Nessuno però dava la tariffa secca: quattro soldi con il buon tempo e mezza lire di buonamano con la pioggia o la neve, e di notte, l’offrivano tutti.

Il regolamento municipale, in materia di servizio vettura, era, a quei tempi, severissimo.

Il fiaccheraio Temazzo per aver chiesto, in una notte da ladri, due lire anziché 1,50, per trasportare un viaggiatore dalla stazione a S. Bortolo, si ebbe due giorni di sospensione dal servizio e il Pegnataro, per essere mancato al suo turno in piazza, ben due lire di multa.

Nè minore era l’osservanza per la pulizia della carrozza, il «folo» in efficienza, i finimenti in buono stato, il freno ubbidiente ed il «moccolo» sempre innestato nel fanale numerato.

Le civiche amministrazioni ci tenevano assai acchè il servizio passeggeri, esercitato decorosamente, facesse buona impressione ai visitatori della nostra città ed a quelli numerosissimi del martedì, giorno di mercato importantissimo a quei tempi. Prima però di chiudere questa prima parte del nostro racconto, che per quanto «condensato» ci accorgiamo che lo spazio concessoci, è ormai riempito, amiamo ricordare altri dei più noti «nolezzini» di circa 60 anni fa.

Erano cotesti conosciuti con un loro nomignolo: Vico Pegnataro, perché sua mamma Catina vendeva le pignatte lungo il Canale; Temazzo perché volendo sempre aver ragione, andava ripetendo «A te mazzo, a te mazzo» e non avrebbe ucciso un pulcino; Beppe Guardia perché proveniva dalle guardie del Dazio; l’Ebreeto perché cresciuto in casa di ebrei; Sgagna, per il fatto che non sapeva mettersi a lavorare se non beveva almeno uno o due bicchierini di «sgagna», un liquore d’anice molto forte, che a chi lo ingoiava faceva stringere le ganascie, di qui «sgagna».

Degli altri, delle gite in giardiniera e dell’uso dei cavalli, asini e anche buoi, quando la motorizzazione era ancora in fasce, diremo in seguito.

Fraba

 

01. aprile 2020 by archiviostato
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