Il bel tempo dei ‘nolezini’ (parte seconda)

Carri e carrozze erano indispensabili in molteplici occasioni. I noleggiatori privati risultavano così spesso fondamentali per i numerosi traslochi, il trasporto delle merci, il servizio postale… ma anche per raggiungere il proprio ufficio e per organizzare gite fuori porta, come ben sapeva Francesco Balladore, già Presidente della Società di Mutuo Soccorso di Rovigo. La seconda parte del suo articolo sulle carrozze, pubblicata il 22 febbraio 1956, tratta proprio di questi aspetti (ASRo, Balladore Francesco, b. 4, fasc. 18, articolo n. 14).

60 e più anni fa

Il bel tempo dei “nolezini”

 

Nella nostra prima puntata abbiamo ricordato i vecchi noleggiatori di carrozze per il pubblico servizio in città e dintorni; accenneremo ora in breve a le famose «Giardiniere» da 20-25 posti per i grandi 30-35 per ragazzi e che servivano per le gite collettive, sui Colli Euganei, Valsanzibio, Cattaio, alla Madonna di Lendinara e in qualche raro caso alla città del Santo o a Polesella per mangiare i «stregeti».

La Società Operaia di Mutuo Soccorso maschile e femminile, la vecchia società dei cuochi, camerieri, coristi e suonatori e un numeroso gruppo di buontemponi, «Rovigoti puro sangue», buongustai dei pranzetti campagnoli abbondantemente innaffiati con i famosi vini di Calzignano, Torreglia, Vò e Cinto, noleggiavano almeno una volta all’anno, uno o due torpedoni in miniatura, per una delle precitate gite, con partenza alle sei e ritorno alle 21. Il costo del trasporto era un po’ caruccio, a quei tempi. Cinque-sei lire a testa; ma tenuto conto che per trainare tanta gente occorrevano due buoni cavalli trottatori e che oltre al cocchiere guidatori gli sedeva accanto un garzone aiutante e che la strada era lunga e malagevole e che anche il tempo impiegato era notevole, tutti pagavano la loro quota, senza troppo brontolare.

Altre gite in «Giardiniere» le effettuavano gli alunni delle elementari, delle tecniche e del ginnasio. I maestri e le maestre, sempre primi in ogni tempo, ad organizzare brevi viaggi di svago e di istruzione dei loro scolari, non mancavano mai all’annuale appuntamento e per di più, contribuivano, personalmente, sottraendo al loro magro stipendio, con varie quote a favore dei più poveri ma diligenti, che altrimenti avrebbero dovuto starsene mortificati a casa.

Altri noleggiatori privati vi erano 50-60 anni fa a Rovigo. Il più noto era «el zoto Pompeo», che abitava in via Catena, l’attuale via Cavallotti interna, di fronte alla fabbrica di birra Zucchini, poi trasferitasi a Padova. Il nostro Pompeo affidava cavallo e birroccio a chi voleva andare solo, per i suoi affari e guidare lui stesso il ronzino. Prezzo cinque lire dalla mattina a mezzogiorno, con la promessa di una «brancà» di fieno alla bestia durante la fermata in campagna. Non era però raro il caso che il noleggiatore, anziché a Boara, andasse fino a San Martino di Venezze. Pompeo se ne accorgeva, ma essendo un buon uomo si limitava a dire, mentre incassava il nolo: «A lu sior, el me cavalo, più, el se lo tegna in mente». Seguiva poi il «nolezin» Miro Prudenziato, detto «el zoto Biscaro» il quale accompagnava quasi sempre in giro il sig. Bellin, ufficiale giudiziario e dato che Miro era una brava persona, era utilissimo all’usciere, specialmente intervenendo in amichevoli aggiustamenti e buoni consigli agli interessati.

Infine, veniva «Battoccio», assuntore del trasporto postale per Crespino. Abitava a Belfiore e aveva un cavallo e una carrozzella a due posti: uno per lui, l’altro per il sacco delle lettere. Per arrotondare il magro appalto sacrificava un po’ di spazio per far posto al Pretore che due volte la settimana andava alla Pretura di Crespino, oppure al sig. Beppe Quaglia, ispettore daziario.

A questo punto e prima di passare ad altro, voglio raccontare due esilaranti casetti: «El zoto Biscaro», attaccato al suo calesse aveva un bellissimo somaro. Passando per Borsea, avendo al lato Paulin del Bassanello, la bestia gli prese la mano infilandosi, ragliando a piena voce, nella porta maggiore della Chiesa, dove si stava terminando una funzione religiosa.

Ciò che avvenne è facile arguirlo: una grande confusione pel Tempio e un numero imprecisato di sediate al focoso somaro per cacciarlo fuori. A Battoccio, invece, in un inverno come questo del 1956, poco oltre la Selva, a causa della troppa neve, si spezzò una ruota del calesse e dato che in giro non c’era anima viva che potesse prestare aiuto, si vide lo stesso Battoccio, caricarsi in spalla il sacco della posta, il Pretore prendere a mano il cavallo, abbandonando la carrozza, mezzo sepolta sotto la neve, nel bel mezzo della strada. E fin qui abbiamo parlato del trasporto degli uomini.

Vediamo ora di sfuggita quello delle cose. Occorre innanzitutto ricordare che Rovigo, ai tempi in discorso, era un importante centro di raccolta biade. Frumenti, granoturco, orzo, avena ecc. Le ditte grossiste, Maneo, De Kunovic, Degan, Furioli, De Angeli, Luzzati, Guarese e altri acquistavano in proprio o per terzi o per conto dei molini o di speculatori, centinaia e centinaia di roba, in grandi granai dove specialisti «spazzolatori» si occupavano di rimuovere con pale di legno specialmente il grano e il granone per evitare la muffa, l’accumularsi di insetti dannosi, ragnatele e topi. Per portare tanta grazia di Dio, dai luoghi di produzione in città, occorrevano cavalli e carretti in buon numero, ed ecco formarsi nei dintorni di Rovigo e paesi viciniori, una esuberante quantità di carretti e di impresari, taluni quali ad esempio: Battista e il Moro Pevaro, ricchi di soldi per anticipare il pagamento di noli e proprietari di pesanti carretti detti «bare», capaci di trasportare ognuna da 30-40 sacchi e più di cereali. Inutile dire che accanto ai carrettieri vivevano del carico e scarico una cinquantina di facchini, di «ricevitori», di «granaristi» e pesatori, e che il trasporto dai granai ai vagoni ferroviari, di solito poco prima del nuovo raccolto, era motivo di un intenso viavai attraverso le contrade del centro urbano e per molti giorni, di congestione dell’ordinario traffico e di gran da fare degli stradini a pareggiar buche stradali (il logorio era grande) e asportarvi gli escrementi degli animali.

Anche la canapa, il fieno, la paglia, la legna, la ghiaia e il pietrame, davano un buon lavoro ai carrettieri.

Per il trasporto del vino, specie dal Padovano e centri di produzione del nostro Polesine, i Pinela, i Zanon, i Borgato da San Sisto, i Beppina, Anzolo Rondina e Beppe Fasolina e suo fratello detto «il nason», assassinato, non si seppe mai da chi (come adesso? n. d. r.), lungo la strada di Monselice, erano attrezzati a dovere, con botti da 10-15 ettolitri, costruite appositamente e godevano la preferenza degli osti e dei grossisti.

In quanto ai Sammicheli, al trasporto cioè delle «tampeline» (masserizie) i fratelli Nane e Gigi Panin erano degli esperti in materia.

Usavano due carri a quattro ruote tirati da mucche e da un grosso asino. Il cambio di casa a quei tempi, era all’ordine del giorno. Per pagare i mensili arretrati, bastava cambiare abitazione e siccome di case sfitte ce n’erano in abbondanza, così il gioco era facile.

Chiudiamo il sommario scusandoci delle inevitabili lacune. Le notizie le abbiamo riportate a memoria e il nostro cranio ha superato i tre quarti di secolo. La nostra documentata raccolta di vecchie storie locali ce le ha tutte ingoiate la furia del Po nel 1951 (ed è veramente un peccato! n. d. r.).

Fraba

01. aprile 2020 by archiviostato
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